Tumulo I del Sodo
Il Tumulo I del Sodo è, assieme al Tumulo II, uno dei più antichi monumenti funerari etruschi di Cortona, forse di poco più recente rispetto ad esso. La tomba che occupa la parte sud-occidentale del tumulo, risale al primo trentennio del VI secolo a.C. ed è costruita con grandi blocchi di arenaria giallastra non di provenienza locale.
Alla sepoltura si accedeva attraverso un lungo corridoio d’ingresso (dromos), sulle cui pareti sono visibili molti blocchi di travertino (anch’esso proveniente da zone esterne a Cortona), in fondo al quale è una porta delimitata da stipiti e architrave monolitico, che immette in un doppio vestibolo quadrangolare; su di esso si aprono cinque camere funerarie, due per ogni lato ed una sul fondo; fra le celle del lato sinistro è una piccola porta che le collega. Sull’architrave di essa è un’iscrizione in caratteri etruschi che documenta la proprietà della struttura ad una gens cortonese vissuta intorno al IV-III sec.a.C., probabilmente proveniente da centri del limitrofo territorio umbro (Bevagna ?): si è pertanto certi del riutilizzo in età ellenistica della grande tomba arcaica.
Le coperture, in parte conservate, sono realizzate con blocchi di arenaria giallastra disposti secondo filari orizzontali progressivamente sporgenti e con spigoli smussati a formare una superficie obliqua continua, chiusi al culmine da un filare di blocchi in chiave: è questa una forma di pseudovolta più evoluta e recente rispetto a quella della tomba 1 del Melone II.
Le pareti sono impostate su un basamento, disassato rispetto alla struttura, formato da grandi lastre di arenaria locale, in parte deformate dal peso della struttura sovrastante; alla base del tumulo corre una semplice fascia di pietre che ne delinea il perimetro.
Il tumulo, con la tomba che vi era compresa, faceva parte delle proprietà di una nobildonna cortonese, Giulia Baldelli Tommasi, che per salvaguardare la conservazione del monumento ne propose nel 1909 lo scavo e il restauro alla Soprintendenza , e ne fece dono all’Accademia Etrusca nel 1911; negli anni successivi, completata l’indagine archeologica, ne fu affrontato il restauro, il ripristino e la conservazione, curati dalla stessa Accademia, che tuttora ne è proprietaria.
Gli scavi hanno permesso il recupero solo di scarsi elementi dei corredi, che certamente erano ricchi ed abbondanti, a giudicare da quanto resta di buccheri, avori e ceramiche attiche ed etrusco-corinzie, oggi conservati al MAEC.






